- Agosto 16, 2026
- Elisa Massariolo
- Blog
Quando sai che qualcosa non va, ma non sai cosa
È domenica sera. Il weekend è finito, i figli sono a letto, la casa è silenziosa. Eppure invece di sentirsi sollevato, lui è lì sul divano con quella sensazione strana nello stomaco. Domani ricomincia tutto. E la domanda che non si permette quasi di pensare è: ma fino a quando?
Lei invece ha fatto la spesa, organizzato la settimana, risposto ai messaggi degli insegnanti, cucinato, aiutato con i compiti. Ha fatto tutto. Tutto tranne chiedersi cosa vuole lei. E ora che la casa è finalmente ferma, non sa bene cosa farsene di quel silenzio.
C’è poi chi studia — e studia bene, si impegna — ma sente un’ansia sottile e costante che non è paura dell’esame: è qualcosa di più grande, più vago. Un futuro che non riesce a immaginare davvero. Un mondo che sembra richiedere certezze che non ha.
E c’è chi lavora da anni, che ha costruito una carriera, che dall’esterno sembra avere tutto in ordine. Ma a un certo punto si è fermato — o l’ha fermato il corpo — e si è chiesto: ma dove sto andando? E soprattutto: perché?
Nessuna di queste persone pensa di avere un problema psicologico. Nessuna si alza la mattina pensando “ho bisogno di uno psicologo”. Eppure qualcosa non torna. C’è uno scarto tra la vita che si sta vivendo e quella che, in fondo, si vorrebbe. Uno scarto che forse non ha ancora un nome…ed è più comune di quanto si pensi.
La società che ci ha insegnato a non fermarci
Quello che sentiamo non è solo una questione personale. È anche — e forse soprattutto — una questione culturale.
Il filosofo coreano Byung-Chul Han, nel suo saggio La società della stanchezza (Nottetempo, 2012), descrive con precisione chirurgica qualcosa che molti di noi vivono senza riuscire a nominare: non siamo più costretti da un’autorità esterna a produrre, performare, ottimizzare. Siamo noi stessi ad averla interiorizzata. Siamo diventati i nostri capi più esigenti, i nostri critici più severi. Il burnout, in questa prospettiva, non è una debolezza caratteriale — è il risultato logico di un sistema che ha convinto ogni individuo che il suo limite sia un difetto da correggere.
Maura Gancitano e Andrea Colamedici, filosofi e fondatori di Tlon, portano questa riflessione ancora più vicino alla vita quotidiana. Nel loro libro Ma chi me lo fa fare? (HarperCollins, 2023) mostrano come il lavoro sia diventato — nel corso degli ultimi decenni — molto più di un mezzo per vivere: è diventato identità, misura del valore personale, promessa di realizzazione. Se ami quello che fai, non lavorerai mai un giorno nella tua vita. Quante volte lo abbiamo sentito? Quante volte ci abbiamo creduto?
Eppure più corriamo, meno ci sentiamo abbastanza. E quella domanda — ma chi me lo fa fare? — quando finalmente si affaccia, non è un segno di pigrizia. È un atto di lucidità. È il momento in cui qualcosa in noi decide di smettere di fingere che tutto vada bene.
Il disagio esistenziale: il malessere che non ha ancora un nome
C’è una zona grigia tra lo stare bene e lo stare male che è difficile da descrivere. Non è una crisi. Non è un crollo. È più sottile: una stanchezza che non passa, una sensazione di essere fuori sincronia con se stessi. Si fanno le cose giuste, si dicono le parole giuste, si è funzionali — ma dentro c’è qualcosa che non quadra.
Tutto ciò a volte si manifesta nel corpo: tensione alle spalle, mal di testa, stanchezza cronica, insonnia; a volte nei pensieri: una vaga irritabilità, la difficoltà a gioire delle cose belle, la sensazione che le giornate si assomiglino troppo; a volte nelle relazioni: si è presenti fisicamente ma da qualche parte si è già altrove.
Non è necessariamente ansia. Non è necessariamente depressione. È spesso qualcosa di più indefinito che la psicologia clinica comincia a riconoscere come disagio esistenziale: quella forma di sofferenza che nasce non da un trauma specifico, ma dallo scarto tra chi siamo e come stiamo vivendo.
Da una prospettiva interazionista, quella con cui lavoro, questo disagio non è un malfunzionamento interno da correggere. È una risposta. Una risposta al contesto in cui viviamo, alle aspettative che abbiamo assorbito, al modo in cui abbiamo imparato a stare al mondo (Salvini & Dondoni, Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, 2011). Il sintomo, anche quello vago e difficile da nominare, parla di qualcosa. E quella voce merita ascolto.
La felicità che ci hanno venduto e quella che possiamo costruire
Siamo cresciuti con un’idea di felicità molto precisa: un traguardo da raggiungere, un risultato da ottenere. La casa, il lavoro, la famiglia, la forma fisica. Una lista di spunte. E quando le spunte ci sono ma la felicità non arriva, la conclusione istintiva è che il problema siamo noi — che non siamo abbastanza grati, abbastanza presenti, abbastanza bravi a godersi le cose.
Gancitano e Colamedici, in Prendila con filosofia (HarperCollins, 2021), propongono una prospettiva diversa: la felicità non è uno stato da raggiungere ma un processo di ascolto continuo di sé. La chiamano fioritura — un concetto che affonda le radici nella filosofia antica e che non ha nulla a che fare con l’ottimismo da social. Fiorire significa stare in contatto con i propri valori, con i propri desideri reali, con quello che dà senso — non solo con quello che produce risultati visibili.
Spesso il malessere senza nome è esattamente questo: lo scarto tra la vita che si sta vivendo e quella che, in fondo, si sente appartenerci. Non è un difetto. È un segnale di orientamento. Il corpo e la mente che cercano di indicare una direzione.
Cosa succede quando si viene in studio
Non si viene in studio solo quando si ha un problema diagnosticabile. Si viene anche — e forse soprattutto — quando si sente che qualcosa non va ma non si riesce ancora a dirlo con parole precise.
In studio non si parte dalla diagnosi. Si parte dalla storia. Da come ci si sente, da cosa si sta portando, da cosa si nota che non funziona più come prima. Insieme si comincia a dare un nome a quello che c’è, a capire da dove viene, a guardarlo senza che sia soverchiante.
Il percorso non avviene da soli. E non è uguale per tutti. Quello che mi interessa — nel modo in cui lavoro — è capire la tua storia, il tuo modo di stare al mondo, quello che il tuo malessere sta cercando di dirti. Il cambiamento non arriva dall’esterno, da una tecnica o da un protocollo. Arriva quando si inizia a guardarsi in modo diverso — e quando c’è qualcuno accanto mentre si fa.
Non serve sapere esattamente cosa non va per cominciare. Basta sentire che qualcosa chiede attenzione.
Dove lavoro
Ricevo nel mio studio a Mirano, nella città metropolitana di Venezia, e lavoro online con persone in tutta Italia.
Se vuoi capire se il mio approccio può fare al caso tuo, puoi scrivermi per un primo colloquio conoscitivo. Non impegna a nulla — serve a capire se c’è la giusta sintonia per lavorare insieme.
Fonti
- Han B.C. — La società della stanchezza, Nottetempo, 2012 (nuova ed. 2020)
- Gancitano M., Colamedici A. — Ma chi me lo fa fare?, HarperCollins Italia, 2023
- Gancitano M., Colamedici A. — Prendila con filosofia, HarperCollins Italia, 2021
- Salvini A., Dondoni M. (a cura di) — Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, 2011
- Iudici A., Neri J. (a cura di) — Psicoterapia interazionista, Franco Angeli, 2023
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