- Agosto 16, 2026
- Elisa Massariolo
- Blog
Perché non riesco a cambiare anche quando lo voglio davvero
Lo sa già. Lo sa da mesi, forse da anni. Sa che quella relazione la prosciuga. Sa che quel lavoro non fa più per lei. Sa che dovrebbe smettere di rimandare, di cedere, di sparire quando le cose si fanno difficili. Lo sa — eppure eccola ancora lì, a fare esattamente quello che aveva deciso di non fare più.
E lui, che ha letto i libri giusti, che ha fatto i corsi, che conosce i meccanismi — lui che potrebbe spiegare a chiunque perché certi schemi si ripetono — non riesce comunque a uscirne. Capisce tutto. Cambia poco.
Se ti riconosci in una di queste scene, probabilmente ti sei già chiesto: ma perché non riesco a cambiare, anche quando lo voglio davvero?
La risposta non è nella forza di volontà. Non è nella motivazione. È in qualcosa di più profondo e di più interessante.
Cambiare non è una decisione , è un processo
La cultura in cui viviamo ci ha convinto che cambiare sia una questione di intenzione. Decidi, ti impegni, ce la fai. E se non ce la fai, il problema sei tu — non sei abbastanza determinato, abbastanza disciplinato, abbastanza motivato.
Giorgio Nardone, uno dei maggiori esperti di psicoterapia breve strategica, capovolge questa idea con una provocazione semplice e radicale: si cambia per conoscersi, non ci si conosce per cambiare. Capire perché si fa una cosa non è sufficiente per smettere di farla. La comprensione intellettuale, da sola, non produce cambiamento (Nardone & Portelli, Cambiare per conoscere, TEA, 2013).
Il cambiamento avviene attraverso l’esperienza — attraverso qualcosa che si vive, non solo che si comprende. È una distinzione che sembra sottile, ma che cambia tutto nel modo in cui si lavora in terapia.
Eppure più corriamo, meno ci sentiamo abbastanza. E quella domanda — ma chi me lo fa fare? — quando finalmente si affaccia, non è un segno di pigrizia. È un atto di lucidità. È il momento in cui qualcosa in noi decide di smettere di fingere che tutto vada bene.
Perché ricadiamo sempre negli stessi schemi
C’è un paradosso al cuore di molte difficoltà psicologiche: spesso, quello che facciamo per stare meglio è esattamente ciò che ci tiene bloccati.
Chi ha paura evita. Chi evita non sperimenta che la paura sarebbe passata. E la paura cresce. Chi si sente inadeguato si ritira. Chi si ritira non riceve conferme. E l’inadeguatezza si consolida. Le tentate soluzioni — le strategie ripetitive con cui proviamo a gestire il disagio — spesso ne alimentano la persistenza (Nardone & Watzlawick, L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, 1990).
Ma c’è un livello ancora più profondo. I nostri schemi non sono difetti caratteriali — sono modi di stare al mondo che abbiamo costruito nel tempo, dentro le relazioni in cui siamo cresciuti e vissuti. Sono sistemi di significato: modi di leggere la realtà, di interpretare quello che ci accade, di darci un senso.
Dalla prospettiva della psicologia interazionista, il disagio non è un guasto interno alla mente del singolo — è una risposta, spesso disfunzionale, a un contesto relazionale e culturale. Il comportamento problematico prende forma nelle interazioni, nelle storie che ci siamo raccontati e che altri ci hanno raccontato, nei ruoli che abbiamo imparato a occupare (Salvini & Dondoni, a cura di, Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, 2011).
Cambiare, allora, non significa “aggiustarsi”. Significa modificare il sistema di significati attraverso cui leggiamo noi stessi e il mondo. Ed è un lavoro che non si fa da soli.
Il cambiamento come processo relazionale
Qui sta il punto che più mi interessa — sia come professionista che come persona.
Il cambiamento non avviene nel vuoto. Non avviene semplicemente leggendo il libro giusto, seguendo il corso giusto, o trovando finalmente la motivazione giusta. Avviene dentro una relazione — dentro uno spazio in cui qualcuno ti guarda in modo diverso da come ti sei sempre guardato, e in cui tu puoi cominciare a guardarti in modo diverso.
Nella prospettiva interazionista con cui lavoro, la terapia non è la trasmissione di tecniche o di insight da parte del terapeuta verso il paziente. È un processo di ri-negoziazione dei significati — un lavoro condiviso su come la persona costruisce la propria realtà, su quali storie si racconta, su come interagisce con il mondo che la circonda (Iudici & Neri, Psicoterapia interazionista, Franco Angeli, 2023).
Non si tratta di riparare qualcosa che si è rotto. Si tratta di ampliare le possibilità — di trovare nuovi modi di stare al mondo che siano più coerenti con chi si vuole essere, non solo con chi si è stati.
In questo senso, la relazione terapeutica non è il contenitore del cambiamento — è il cambiamento stesso. È dentro quella relazione che si sperimenta, spesso per la prima volta, un modo diverso di essere visti, ascoltati, presi sul serio.
Cosa succede quando si viene in studio
Non si viene in studio perché si è “abbastanza in difficoltà”. Si viene quando si sente che qualcosa non funziona più come prima — anche se non si riesce ancora a dirlo con parole precise.
In studio non si parte da una diagnosi. Si parte dalla storia — da come ci si sente, da cosa si sta portando, da quali schemi ci si ritrova a ripetere anche quando si era certi di averli superati.
Quello che mi interessa — nel modo in cui lavoro — non è dirti cosa fare. È aiutarti a guardare la tua storia in modo diverso, a riconoscere i significati che la tengono ferma, a trovare nuove possibilità di azione. Il cambiamento non arriva dall’esterno. Arriva quando si inizia a vedersi con occhi diversi — e quando c’è qualcuno accanto mentre si fa.
Non serve sapere esattamente cosa vuoi cambiare per cominciare. Basta sentire che qualcosa chiede attenzione.
Dove lavoro
Ricevo nel mio studio a Mirano, nella città metropolitana di Venezia, e lavoro online con persone in tutta Italia.
Se vuoi capire se il mio approccio può fare al caso tuo, puoi scrivermi per un primo colloquio conoscitivo. Non impegna a nulla — serve a capire se c’è la giusta sintonia per lavorare insieme.
Qualcosa che forse ti stai chiedendo
Perché so cosa dovrei fare ma non lo faccio?
Perché la comprensione intellettuale non produce cambiamento da sola. Sapere non è sufficiente — serve un’esperienza che modifichi il modo in cui senti e reagisci, non solo quello in cui pensi. È uno dei paradossi più comuni e più frustranti del cambiamento psicologico.
Quanto tempo ci vuole per cambiare in terapia?
Dipende da cosa si porta e da cosa si vuole costruire. Alcuni cambiamenti si percepiscono già nelle prime settimane — qualcosa si allenta, si guarda diversamente. Altri richiedono più tempo, perché toccano schemi radicati in anni di storia. Quello che posso dirti è che un percorso si costruisce insieme, con obiettivi chiari e condivisi, e si può sempre ridiscutere.
Si può cambiare davvero, o si rimane sempre gli stessi?
Si può cambiare. Non nel senso di diventare un’altra persona — ma nel senso di ampliare le possibilità: trovare nuovi modi di reagire, di stare nelle relazioni, di leggere se stessi. Il cambiamento non cancella la storia, la ricontestualizza. E questo, nella mia esperienza, è già moltissimo.
Ho già fatto terapia in passato e non ha funzionato. Ha senso riprovare?
Sì — e la domanda stessa è già un buon punto di partenza. Un’esperienza terapeutica precedente che non ha funzionato dice qualcosa di utile: forse non era il momento giusto, forse non c’era la sintonia giusta, forse l’approccio non era adatto a quello che stavi portando. Vale la pena esplorarlo insieme, senza darlo per scontato in nessun senso
Fonti
- Nardone G., Watzlawick P. — L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, 1990
- Nardone G., Portelli C. — Cambiare per conoscere, TEA, 2013
- Nardone G., Salvini A. — Il dialogo strategico, Ponte alle Grazie, 2004
- Salvini A., Dondoni M. (a cura di) — Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, 2011
- Iudici A., Neri J. — Psicoterapia interazionista, Franco Angeli, 2023
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