ansia da prestazione

Ansia da prestazione: non è paura di fallire. È paura di non essere abbastanza.

L’ansia da prestazione non nasce dalla paura di sbagliare. Nasce dalla paura di non essere abbastanza. Scopri come funziona e come possiamo lavorare assieme.

Ci sono giorni in cui  viviamo con un sottofondo pressante e pesante, l’ansia da prestazione non arriva come una paura chiara, urlata. Arriva come un rumore di fondo che non riesci a spegnere : un pensiero fisso che stringe lo stomaco e fa vivere tutto come un test. Si studia, si lavora, si fa una cosa qualsiasi  e intanto si pensa, si valuta, ci si giudica. E senza accorgersene si comincia a misurare tutto: quanto si rende, quanto si vale, quanto si è all’altezza.

È un assetto che alla lunga non si spegne mai e crea una pressione.Questa pressione può essere utile: una certa tensione prima di qualcosa di importante è normale, persino necessaria. Ma quando cresce oltre una certa soglia, quando la mente si riempie di pensieri che generano impotenza e paura, quando il corpo risponde con la testa piena di tutto e di niente, le gambe rigide e pesanti, il sonno che non arriva… allora non è più una spinta, è qualcosa che blocca e ostacola.

Voler essere valorizzati, visti positivamente dagli altri, è parte dell’essere umani. Il problema non è il desiderio , è la trappola in cui quel desiderio può trasformarsi. E quella trappola non nasce solo dentro di noi ma nasce dall’interazione che ho con il mondo.

Maura Gancitano e Andrea Colamedici — filosofi e fondatori di Tlon — in Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo (HarperCollins, 2023) smontano l’equazione che diamo per scontata: quella tra lavoro e identità, tra ciò che facciamo e ciò che siamo. In una società che ci vuole sempre più efficienti, creativi, proattivi, il lavoro è diventato una promessa di valore personale. Ma più si corre, meno si sente di bastare. E sotto tutto si agita una domanda silenziosa: “ma chi me lo fa fare di continuare a pensare che se mi impegno abbastanza, prima o poi sarò abbastanza?”

 

Erich Fromm lo aveva intuito decenni prima. In I cosiddetti sani. La patologia della normalità — raccolta postuma di scritti e conferenze — sosteneva che non è sempre la persona ad essere fragile. A volte è la società a non essere costruita a misura di salute. Esistono forme di sofferenza che non nascono da qualcosa che non va nell’individuo, ma dal conformarsi a una struttura che chiede prestazione, adattamento, rendimento costante. Fromm le chiamava “patologie della normalità”: malesseri che passano inosservati proprio perché sono condivisi, perché sono diventati la norma.

Riconoscere questo non è un alibi, è un punto di partenza. Se parte di quello che si prova non nasce solo da sé, ma dal sistema in cui si è immersi  allora lavorarci non deve partire dalla colpa, ma dalla comprensione.

Non è il compito che spaventa, è lo sguardo.

Chi vive l’ansia da prestazione spesso pensa di avere un problema con una cosa specifica: gli esami, il sesso, il parlare in pubblico, le valutazioni al lavoro. Ma nella maggior parte dei casi non è il compito a fare paura. È ciò che quel compito rappresenta: un’occasione in cui qualcuno — un professore, un superiore, un partner, il pubblico — formulerà un giudizio.

In studio lo vedo con chiarezza: non è la prova a creare tensione. È lo sguardo di chi la valuta. Il risultato diventa un verdetto non su ciò che si è fatto, ma su ciò che si è. Se va bene ci si sente al sicuro per un momento; se va male si sente di valere meno. E così, invece di concentrarsi sul compito, ci si concentra sul verdetto: si anticipa il voto, si immagina la reazione degli altri, ci si confronta. Più ci si concentra sul verdetto più diventa difficile fare bene il compito davvero.

C’è qualcosa di paradossale che vale la pena capire: lo sforzo di andare bene è spesso ciò che produce il risultato peggiore. Si anticipa la situazione con ansia, l’ansia produce tensione nel corpo e interferenza nella mente, la tensione peggiora la prestazione, il risultato conferma la paura iniziale. Un circolo che si chiude su se stesso e che si stringe ogni volta.

Quello che si fa per gestire l’ansia — prepararsi all’eccesso, controllare ogni dettaglio, evitare le situazioni rischiose, cercare rassicurazioni — diventa parte del meccanismo. La soluzione alimenta il problema. Ed è una trappola difficile da vedere dall’interno, proprio perché ogni tentativo di uscirne sembra ragionevole.

Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno e centomila di Pirandello, lo mostra senza bisogno di spiegazioni: cercava di correggere la sua immagine, e più la correggeva più scopriva versioni di sé che non riusciva a controllare. La lotta per la perfezione lo portava esattamente dove non voleva arrivare.

Se misuro tutto, non vivo

C’è un costo meno visibile dell’ansia da prestazione, ma forse il più alto: quando ogni cosa diventa una valutazione, si smette di viverla. Non ci si gode quello che si fa. Non ci si gode nemmeno quando va bene, perché la mente è già proiettata al prossimo test, al prossimo verdetto. E nemmeno il riposo è riposo perché anche quello viene vissuto come tempo sottratto al rendere.

La trappola del perfezionismo funziona così: non è il voler fare bene il problema. È quando il fare bene diventa la condizione per iniziare. In quei momenti la mente cerca controllo: si vuole avere tutto chiaro, essere pronti al cento per cento, eliminare ogni rischio. E spesso l’effetto è l’opposto: si pensa troppo, si rimanda, si rivede mille volte, e intanto ci si sente sempre più in ritardo e sempre meno all’altezza.

Quello che le persone mi raccontano in studio:

“So la materia benissimo, ma appena entra il professore dimentico tutto.”

“Al lavoro mi preparo per ore, poi in riunione non riesco a dire quello che ho preparato.”

“Prima della gara sto benissimo. Appena parte, il corpo non risponde più.”

“Da solo funziona tutto. Appena c’è qualcuno che mi guarda, mi blocco.”

“Non è che ho paura di sbagliare. Ho paura di quello che penserà di me se sbaglio.”

“Non riesco a godermi niente. Anche quando va bene, già penso alla prossima cosa che potrebbe andare male.”

Quest’ultima frase dice molto. L’ansia da prestazione non ruba solo la serenità nei momenti difficili. Ruba anche quelli buoni. Impedisce di stare dentro ciò che sta andando bene. E così la vita passa — misurata, valutata, mai davvero vissuta.

Tornare al punto

Marco Aurelio, nelle Meditazioni, scrisse: “Non perdere altro tempo a discutere su come debba essere un uomo buono. Sii tale.” Non è un invito alla performance. È quasi un gesto di liberazione: smetti di rigirarti in testa l’idea di chi dovresti essere, e torna a quello che puoi fare adesso. L’azione concreta, nel momento presente, vale più di qualsiasi teoria su se stessi , soprattutto quando la mente si è persa nell’overthinking.

La prima cosa che si fa è guardare il racconto- non il compito- il racconto che si costruisce attorno al compito. Cosa significa andare bene? Cosa significa sbagliare? Chi valuta davvero, e con quale metro? Spesso, quando si guarda da vicino, quel metro appartiene a qualcun altro o a un momento della vita in cui aveva senso usarlo.

Si lavora sui significati che la persona usa per leggere la propria esperienza: il successo come prova di valore, l’errore come conferma di inadeguatezza, il giudizio degli altri come specchio in cui riconoscersi. E si lavora sul meccanismo che mantiene il problema in vita: le strategie che non funzionano — il controllo eccessivo, l’evitamento, la ricerca compulsiva di rassicurazioni. Non per eliminare la tensione, ma per cambiare il rapporto che si ha con essa.

Moscarda trovava pace solo quando smetteva di lottare per controllare l’immagine che gli altri avevano di lui. Non perché smettesse di avere un’immagine. Perché smetteva di misurarsi con quella degli altri. Da lì ricominciava a vivere.

Smettere di misurare il proprio valore attraverso il risultato significa  tornare, come diceva Marco Aurelio, a fare semplicemente la prossima cosa. Quella giusta, quella possibile, quella reale.

Qualcosa che forse ti stai chiedendo

Ho ansia da prestazione o sono solo ansioso/a in generale?

L’ansia da prestazione è circoscritta: si attiva in situazioni valutative, dove c’è un risultato atteso e uno sguardo che lo giudica. L’ansia generalizzata è più pervasiva e non dipende da contesti specifici. Se l’ansia compare principalmente quando ci si sente osservati o valutati, è probabile che sia ansia da prestazione.

L’ansia sociale riguarda l’essere visti come persone , il timore di essere giudicati per come si è. L’ansia da prestazione riguarda il fare , la paura di non essere all’altezza in qualcosa di specifico. Spesso si sovrappongono, ma il punto d’ingresso è diverso: nell’ansia sociale si evitano le persone, nell’ansia da prestazione si evitano i compiti o le situazioni valutative

Sì. È una delle forme più comuni e meno discusse. Quando lo sguardo dell’altro è presente , anche solo immaginato , qualcosa che dovrebbe essere spontaneo si trasforma in un compito da eseguire bene. L’attenzione si sposta dall’esperienza alla prestazione, e questo è esattamente ciò che la compromette.

Dipende dal perché. Una preparazione adeguata dà sicurezza. Una preparazione guidata dall’ansia — quella che continua anche quando si è già pronti — aumenta la tensione e segnala al sistema nervoso che c’è davvero qualcosa di pericoloso. Il confine non è nel quanto, ma nell’intenzione: ci si prepara per sentirsi competenti, o per tenere a bada la paura?

Fonti

  • Pirandello L. — Uno, nessuno e centomila, Bemporad, 1926
  • Marco Aurelio — Meditazioni, II sec. d.C.
  • Fromm E. — I cosiddetti sani. La patologia della normalità, Mondadori, 1996 (raccolta postuma di scritti 1953-1974)
  • Gancitano M., Colamedici A. — Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo, HarperCollins Italia, 2023
  • Seneca — Epistola 13 a Lucilio, I sec. d.C.
  • Mead G.H. — Mind, Self and Society, University of Chicago Press, 1934

Se stai attraversando un momento di fatica o senti che è il momento di prenderti cura di te, scrivimi.